– Chi è?
– Sono Diego, apri?
– Cosa hai detto?
– Sono Diego, mi apri? Ho lasciato le chiavi.
– Perché non dici “io”?
– Cosa?
– Perché non dici “io”? L’hai sempre detto…
– Non lo so, dai è uguale.
– No che non lo è. Quando torni a casa dici “io”, questa è la regola universale.
– Ste…
– Eh
– Questa non è più casa mia. Ne abbiamo parlato.
– Lo so, ma non avevo capito.
– Non avevi capito? Sono giorni che discutiamo.
– Che c’entra, noi discutiamo sempre.
– Appunto. Era il punto numero uno all’ordine del giorno.
– È che… non avevo realizzato fino a questo momento.
– Cioè, fammi capire, abbiamo passato nottate intere in piedi, abbiamo anche già diviso i libri nella libreria e adesso per come rispondo al citof… oddio ma stai piangendo?
– …
– Ste…
– …
– Dai apri che salgo.
– No.
– Scendi allora e parliamo.
– No, aspetta. 
– Che aspetto?
– Sto cercando di pensare in fretta, ma non ci riesco.
– A cosa?
– Se stiamo facendo la cazzata del secolo.
– Ma davvero tutto sto casino per come ho risposto al citofono? Guarda, se vuoi risuono e dico “io”, va bene? Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, è anche una cosa piuttosto stupida. Che vuol dire io? Io chi? Come quelli che dicono “apri”. 
– Non ne facevo mica una questione di galateo, scemo.
– Oh, adesso ti riconosco.
– È che mica lo fai ovunque, solo nei posti dove ti senti a casa. E io non avevo capito che questa non era più casa tua. 
– Ste…
– Eh
– Eri tu casa mia.
– …
– Stai piangendo di nuovo? No, dai ti prego…
– Quand’è che ho smesso di essere casa, Die? Com’è successo… 
– Boh, forse le case sono come le persone. Sono giuste per te in quel momento, sono quello di cui hai bisogno in quel pezzo di strada. Alcune sono per sempre, sono quel posto speciale dove decidi di mettere radici, altre sono per un po’, servono per traghettarti da un punto a un altro della tua vita. E forse adesso abbiamo bisogno di un po’ di spazio per capire se è il posto dove vogliamo tornare e dire “io”. Anche se è una cosa stupida, l’abbiamo già detto, sì?
– Sì
– Ah, ecco, mi sembrava.
– Ti ricordi quando siamo entrati qui?
– Il materasso per terra e gli scatoloni?
– E i toast per un mese seduti per terra perché non avevamo la cucina.
– È stato bello però…
– Posso dirti una cosa stupida? 
– Vai.
– Però giuri di non prendermi in giro?
– Mi sono fatto la croce sul cuore.
– Ho comprato un pigiama, uno di quelli orribili dei cinesi e uno spazzolino e li ho lasciati in giro.
– Lo spazzolino?
– Ma no, quello l’ho messo accanto al mio, il pigiama dico. Lo lascio sopra il letto perché boh, non lo so perché…
– Perché sei matta, ma va bene così.
– No, lo so perché.
– …
– Non sono abituata a vedere solo cose mie in giro. Ovunque. I miei vestiti, i miei libri, le mie foto… è come uno di quei cosi al luna park, hai presente?
– Quali?
– Quelli con specchi ovunque.
– Ah, la casa degli specchi.
– Ecco bravo, quella lì. Mi specchio ovunque e io… non lo so mica se mi piace quello che vedo. Con le tue cose in giro riuscivo a mimetizzarmi meglio. 
– A me piaceva quello che vedevo. La maggior parte delle volte, almeno.
– Uff… Così tanto che non hai più le chiavi di casa, guarda un po’. 
– Che c’entra, la vita, le cose…
– Sai che c’è un sacco di spazio qui senza di te?
– Immagino.
– Avevi davvero un mucchio di cose.
– Un mucchio, il giusto…
– No, no, proprio tante.
– Ok, come vuoi, non dobbiamo ricominciare a litigare vero?
– No, direi di no.
– Ti sei calmata ora?
– Sì. Però mi manchi lo stesso. Io non lo so se me la voglio dimenticare la tua voce che dice “io” al citofono.
– Vabbè, non dobbiamo risolvere tutto in questo preciso momento, no?
– Forse no.
– Ste?
– Sì…?
– Apri ‘sto portone per favore? Sta pure iniziando a piovere…

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