– Sai a cosa stavo pensando?
– A cosa?
– Al fatto che se i cerchi non si chiudessero sarebbero delle linee.
– Grazie al cazzo, direi.
– Ti è caduta la corona, sua maestà.
– Vabbè scusa, ma è una cosa che impari quando? In terza elementare? 
– Lo so, lo so. 
– E allora come mai stavi pensando proprio a quello?
– È che l’altro giorno stavo camminando in centro, mi sono fermato davanti a una vetrina e sbam, mi si è piantato questo pensiero in testa e davvero non riesco a smettere di pensarci. Non so perché. Sta di fatto che non è proprio come dirlo.
– In che senso scusa?
– Nel senso che ogni chiusura comporta qualcosa.
– Tipo?
– A volte significa dirsi chi vuoi essere, che cosa non sei più disposto ad accettare, chi non sei più disposto ad assecondare.
– Ancora con quella storia di mollare il lavoro e partire per la Patagonia in bici?
– Non dire “quella storia” come se fossi un matto. Sto preparando dei piani B. Perché, invece lavorare 12 ore al giorno solo per aspettare il week end è più sensato?
– No, forse no.
– Ecco. Ma non è quello. Chiudere qualcosa significa aprirsi al nuovo, fare spazio. E cazzo se spaventa a volte.
– E certo. Hai mai sentito parlare della paura dell’ignoto? Quella cosuccia lì?
– Sì ma mica stiamo parlando di attraversare l’oceano in cerca delle Indie, a volte è molto meno… ma anche solo cambiare un’abitudine, guarda. È che quello che c’era prima rassicura, protegge, lo conosciamo. Siamo comodi. 
– O pensiamo di esserlo…
– Scusa?
– Ma sì, alcuni di noi hanno una capacità di adattamento davvero notevole.
– Vero.
– È che fra l’inizio e la fine non c’è partita. Gli inizi hanno un non so che di affascinante, misterioso, magico…
– Può essere lo stesso anche per la fine.
– Ma quando mai? In genere è un misto di nostalgia e lacrime. Con punte di disperazione e dramma esistenziale.
– Forse. Però è necessario. Quasi sempre almeno. Magari è arrivato il momento di lasciare andare persone che hanno bisogno di prendere altre strade o che non riescono più a tenere il passo. A volte vorrebbero anche rimanere lì, semplicemente non ci riescono. Allora dici “Io vado. Sarò felice se verrai con me. E sarò felice comunque, anche se non lo farai.”
– Che poi è un’enorme cazzata, lo sappiamo vero? Col cazzo che sarò felice comunque, è un bluff, vogliamo solo vedere se l’altro ci segue, ma in genere non succede mai.
– E ma ormai che fai? L’hai detto…
– Maledetta coerenza…
– Vale anche con i posti eh. Quando devi salutarli perché non sono più il tuo guscio, e devi fare come i paguri.
– Chi?
– Ma sì, tipo Arturo il paguro. Te lo ricordi?
– No.
– Non importa, comunque quando crescono devono trovarsi una conchiglia più grande in cui trasferirsi. Non è che fanno tutte ste storie, è naturale è basta.
– Posso chiederti una cosa?
– Spara.
– Ma secondo te, com’è che si chiudono sti cerchi?
– Boh, io mica lo so. C’è chi pensa che succede quando capita qualcosa. Io invece credo che prima ci sia un click, dentro.
– Ovvero?
– A un certo punto senti che un capitolo si è chiuso. Lo sai e basta. Ed è talmente Vero, ma con la v maiuscola proprio, che non sai nemmeno come spiegarlo. Dopo succedono cose, ma è una conseguenza quella.
– Ma mica è facile riconoscerli, sti click. Con tutto sto casino poi… Ci fosse un po’ più di silenzio…
– Forse basta imparare ad ascoltare, stare attenti. E sai qual è la cosa più bella?
– Quale?
– Che alla fine scopri che, paradossalmente, le chiusure hanno il sapore di una finestra che si apre e che fa entrare aria fresca. Mi piace quel sapore. A te no?
– Direi di sì. Ma bisogna essere dei matti veri.
– Lo so. Ma accidenti se ne vale la pena.
– Le linee e i cerchi, eh?
– Strada, vetrina, sbam. 
– Quindi tutto questo tempo passato a cercare di capirci qualcosa, e stai a vedere che alla fine bastava ricordarsi quello che diceva la maestra. Ma te dimmi.

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