– Ricordami che dobbiamo andare in quel locale che hanno aperto vicino al tuo ufficio, ci sono andato con mio padre l’altro giorno per la festa del… oddio, scusa…
– Perché?
– Non mi ricordavo che… non volevo essere indelicato.
– Ma no figurati. 
– Scusa, non volevo intristirti…
– Non sono triste. È che questa storia della festa è un po’… come se tirassi una riga e mettessi da una parte le famiglie del Mulino Bianco tutte felici che si regalano cravatte, e dall’altra parte gli altri.
– Non dire così, è tutta colpa degli anni ’90. Diciamoci la verità, hanno prodotto una serie di boiate che a saperlo prima si passava direttamente agli anni 2000. 
– Non è mica vero.
– Dico solo tamagotchi, rollerblade e musica dance. E poi ovviamente loro, la famiglia del Mulino Bianco. Sono comparsi ‘sti cinque tizi più radical chic di un qualsiasi milanese medio con la fissa del biologico e il ritorno alla natura. Stanchi della città sono andati a vivere in un mulino, poverini. Felici. Sorridenti. Fanno colazione insieme. Sempre. Baci, abbracci e lunghi racconti su come sia andata la giornata. Le famiglie del Mulino Bianco non esistono, lo sai vero? 
– Sì che lo so. Ma alcune ci assomigliano.
– Da fuori, ci assomigliano da fuori.
– Eh ma la differenza tra fuori e dentro è parecchio sottile certe volte. Sai che ti dico?
– Cosa?
– Che ci vorrebbero tante feste del papà.
– Cioè?
– Eh. Ci vorrebbe una festa per quelli che avrebbero tanto voluto, ma non sono mai diventati padri. Quelli che sorridono ogni volta che vedono un bambino, o gli si stringe lo stomaco, o fanno finta di niente che fa più macho, ma quel pugno lo sentono lo stesso. Quelli che hanno passato minuti, che sommati sono diventati ore, a guardare un bastoncino e sperare in delle lineette. E invece niente.
– Che poi forse se la pipì non è tua fa ancora più schifo, no?
– Probabile. E poi una per quelli che un figlio non ce l’hanno più. Che sono sopravvissuti all’impensabile, che quel buco nero se lo portano dentro in qualche modo. Quelli che il 19 marzo non sanno più da che parte stare, che l’ovatta si fa ogni volta più densa.
– Un monumento ci vorrebbe, altro che.
– Già. 
– …
– Ecco, a proposito di 19 marzo, una per quelli che crescono i figli di altri no? 
– Tipo San Giuseppe? 
– No dico, arriva tua moglie e ti dice che aspetta un figlio e che non è tuo, che già così ti girerebbero un attimo le palle, ma poi li cresci e magari nemmeno ti chiamano papà.
– In effetti…
– Ma sì, una festa per chi si è innamorato a prima vista di quelli che sarebbero diventati i propri figli. Acquisiti, lo devi specificare ogni volta. Quelli che hanno preso il pacchetto completo, full optional.
– Giusto. 
– E poi una per i papà che non hai mai conosciuto, che sono poco più di una storia e pure raccontata male spesso, dove i particolari cambiano ogni volta ma tu fai finta di niente, che alle storie ci si aggrappa come alle pareti di free climbing in certi casi.
– Avevo un compagno alle elementari, ogni anno raccontava una versione diversa su dove fosse il padre. Poi una volta abbiamo fatto un posacenere, di creta.
– Di quelli orribili e tutti storti che se te li immagini su qualche scrivania fanno anche tenerezza?
– Esatto.
– E…?
– Il suo l’ho visto nel cestino della spazzatura nel corridoio. Quello è stato l’ultimo anno dei regali fatti a mano. 
– Quando istituiremo quel giorno ricordati di mandargli un biglietto. Beh, direi che già così riempiamo mezzo calendario.
– E una per i papà che non ci sono più?
– Ah già. È che a volte me ne dimentico anche io. 
– …
– Giuro. Quando sono distratto o soprappensiero e mi dico “questo devo dirglielo”. È una frazione di secondo. Poi mi ricordo. 
– …
– O quando vedo il suo numero sul telefono. Non sono ancora riuscito a cancellarlo, sai?
– Quanto è passato?
– 2 anni. Ogni tanto ci provo, ma poi boh, lo guardo e lo riguardo e lo lascio lì. Lo so che è stupido, ma a volte ci spero di vedere lo schermo che si illumina con la scritta “Papà”. 
– Non è stupido.
– Lo è. Ma io ci spero lo stesso. Che metti che poi lo cancello e lui mi chiama? Che faccio? Mica me lo ricordo il numero. Faccio quello che si è dimenticato? Che non riconosce la sua voce? Pare brutto, no? 
– E tu tienilo. Non si sa mai.
– Tanto poi mi direbbe una cosa stupida tipo “hai pagato l’assicurazione?” Io gli farei gli auguri e lui mi direbbe “di che? Mica è il mo compleanno. L’hai pagata o no?”. E io mi metterei a piangere e lui non capirebbe. E io dovrei dirgli che mi è mancato da togliere il fiato, e lui mi direbbe “ma che stai dicendo? Dove sono andato?” E io boh, forse a quel punto non capirei più se è un sogno questo, quello o tutti e due. O nessuno dei due. E dovrei spiegargli questa cosa delle tante feste dei papà, e lui mi direbbe che è una stronzata e forse è lì che capirei che è vero che non è andato proprio da nessuna parte. 
– …
– Claudio…?
– Eh?
– Ma quelli del Mulino Bianco mica ce l’avevano la cravatta vero?
– No, erano in un mulino, che gli serviva scusa?
– E allora vedi che nemmeno loro se li facevano i regali? Hai ragione, chissà che casini pure quelli…
– Tanti se poi sono stati rimpiazzati da Banderas e una gallina.

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