– Bea aveva 15 anni.
– Lo so.
– A 15 anni è tutto un mai, sempre, nessuno, tutti, per sempre, mai più.
– Lo so.
– Li vedi così spavaldi, ma basta un soffio e vanno in mille pezzi. 
– Non ti ricordi com’era?
– Certo che sì. Credo che tutti almeno una volta siamo andati in pezzi, e forse quella storia di rimettersi insieme, un pezzetto dopo l’altro, è roba da sopravvissuti.
– Forse sì.
– Vorresti abbracciarli tutti, con quella loro arroganza e fragilità insieme, e dirgli che poi passa. Non sembra, ma giuro che passa.
– Già. Che i diari, quell’insufficienza, il tizio carino che non ti fila di pezza, gli stronzi che ti prendono di mira, sono il mondo intero adesso, ma ogni giorno il mondo si allarga di un altro po’. E sarebbe un peccato perderselo.
– Come glielo dici a tutte le Beatrice del mondo che magari un giorno allo specchio smetteranno di cercare subito il culo o la pancia e si guarderanno negli occhi, prima? 
– Non lo so.
– Come glielo dici a una ragazzina che sul diario scrive “sono troppo grassa” che la bellezza è talmente tanto di più che un numero o una taglia?
– Non lo so.
– Che se riuscirà a trovarsi, a conoscersi, ogni giorno un po’ di più, smetterà di pensare di essere troppo, o troppo poco?
– Non lo so.
– Come glielo dici a una ragazzina di 15 anni che forse un giorno incontrerà un uomo che si innamorerà del suono della sua risata, del modo in cui entra in una stanza o, che ne so, di come sbuccia un’arancia. Che spesso è lì la bellezza di cui non puoi più fare a meno, nella faccia buffa che fa uno o una mentre sbuccia una fottuta arancia, mica nei filtri di Instagram.
– Non lo so.
– Come glielo dici che magari incontrerà qualcuno che la bacerà in tutti i punti che ha odiato per una vita e sai che c’è? Forse non sono così male. E se invece incontrerà uomini che non sapranno che farsene di tutta quella carne sarà un problema loro, di certo non suo. Che non siamo mica qui a realizzare le fantasie altrui, altrimenti dove cazzo è il mio Patrick Dempsey?
– Non lo so.
– E sì certo, i giornali, la tv, i messaggi, ma sai cosa?
– Cosa?
– Forse dovremmo smetterla di rispondere “grazie” quando ci dicono che siamo dimagrite. Che è un dato di fatto al limite, come quando ti dicono che hai tagliato i capelli, mica un complimento.
– Giusto.
– Come glielo dici che magari un giorno penserà alle sue gambe non per decidere se può mettere o no un paio di leggins, ma ricordando tutti i posti in cui l’hanno portata, tutti i chilometri che hanno macinato. E che quel culo avrà anche dei buchi di cellulite, ok, ma è così comodo. E l’ha fatta sedere in un prato a Central Park, su una spiaggia a Formentera o su un marciapiede mentre aspettava l’autobus, quindi grazie, intanto.
– Non lo so. 
– Come glielo dici che prima o poi potrebbe venirle voglia di smettere di urlare contro quel corpo, e iniziare ad ascoltarlo? Senza affamarlo o ingozzarlo, ma stare lì, in silenzio, e ascoltare le ferite, il dolore, le storie, o anche solo le cose che ha da dire. E abbracciarlo. E prenderlo per mano. Facendosi aiutare magari.
– Non lo so. 
– Come glielo dici che “addio”, quello sì che è per sempre? 
– Non glielo dici, perché non c’è più.
– Forse oggi dovremmo dare una carezza a tutte le Beatrice che incontriamo per strada, e anche a quella che sta dentro di noi, ancora lì, da qualche parte.
– Bea aveva solo 15 anni, cazzo.
– Lo so.

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