– Fino a pochi mesi fa la gente conosceva Riace solo per i bronzi. 
– Chi?
– I Bronzi di Riace. Li hanno trovati in quei fondali più di quarant’anni fa, i riacesi mica li avevano chiesti. Poi però se li sono presi, li hanno portati a Reggio per un’infinita serie di restauri e lì non sono mai tornati.
– Peccato.
– Già. Nemmeno i curdi avevano chiesto, si sono trovati lì anche quelli nel ’98. Questa volta però se li sono tenuti.
– Non so mica se hanno fatto un affare.
– Un affare non lo so, ma che dovevano fare, scusa? La gente da quelle parti lo sa cosa vuol dire partire e non sapere se si arriva. E poi lì non si lascia nessuno a digiuno. Mai. Per nessun motivo. Sarà mica un caso che Riace è al sud.
– Se ci penso mi viene da piangere.
– Per il sud?
– No, sì… se penso a quei posti, a tutti quei borghi dimenticati. Piango per le case lasciate vuote, per chi è dovuto andar via, per chi sente la nostalgia di casa, per chi è felice magari, ma lontano, e quella nostalgia se la porta dentro, ovunque, anche se sono passati tanti anni. E poi piango per chi è rimasto e ha visto il suo paese svuotarsi. 
– Ma secondo te la gente capisce la bellezza di un paese che rinasce?
– Non so, forse devi averne visto uno morire per capirlo. O almeno averne sentito parlare, vederlo negli occhi dei vecchi che ti dicono “Qui una volta c’erano i negozi, la scuola, c’era vita, nascevano bambini”. Con quella tristezza mista a rassegnazione, che fa sempre un po’ male.
– …
– E mi viene da piangere per le persone che sono arrivate, i migranti, che poi non lo siamo un po’ tutti? 
– Cosa?
– Migranti. Veniamo da un altrove, quasi tutti. In quella terra lo sanno bene. Penso a quelli che per la prima volta da chissà quanto si sono sentiti a casa, non dei numeri o dei pacchi, che hanno anche solo osato immaginare di poter mettere radici, far crescere i loro figli, imparare una lingua, avere un lavoro. 
– Vivere una vita decente insomma.
– Eh. Poi mi commuovo se penso a Riace, a quello che è ora. 
– Che era.
– Oddio, siamo già a quel punto?
– No, dai, che è.
– Ma è così da stronzi pensare che un altro modo di vivere, di convivere, di ricostruire, di rinascere, di adattarsi e di scoprirsi possa esistere? Che l’altro non è sempre una rottura di coglioni, una palla al piede o un nemico? 
– Di ‘sti tempi forse un po’.
– Ah. Qui però ha permesso a tanti di tornare, di lavorare…
– Lo sai cos’è che continuo a chiedermi? 
– Cosa?
– Se non fai male a nessuno, se non lo fai per tornaconto dico, sono più importanti le regole o la coscienza? 
– In che senso?
– Un medico che aiuta un paziente a morire, per pietà, perché questo non ce la fa più e gli chiede di aiutarlo, è un fuorilegge?
– Tecnicamente sì, credo.
– Ok. Ma è giusto o sbagliato? Come si fa a decidere? Moralmente, non giuridicamente. I pescatori siciliani che hanno aiutato le barche in difficoltà qualche tempo fa, hanno violato anche loro le regole. E quel tizio che ha aiutato una donna incinta a Ventimiglia ad attraversare il confine?
– Sì ma loro non rappresentano un’istituzione.
– Vero. E i medici che curano i clandestini? Un militare che non rispetta un ordine?
– Non lo so se riesco a rispondere. 
– Io credo che alla fine tutto si riduca al tipo di persona che vuoi essere. È più importante non tradire le regole o non tradire se stessi?
– Forse il punto è proprio quello, indagini e slogan a parte. Chiederti che tipo di persona vuoi essere e riuscire a guardarti allo specchio al mattino senza la voglia di sputarti addosso. Mica tutti ce la fanno.
– Ce la fanno, ce la fanno.
– Decidere se puoi rischiare tutto per i tuoi ideali e affrontare le conseguenze. Perché forse è l’unica cosa che ti sosterrà, quando intorno tutto crolla. 

Add Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *