– E questa rosa?
– Eh. È una rosa.
– Lo vedo.
– E…?
– Tu odi le rose, che ci fa nella tua macchina?
– Me l’ha regalata uno l’altra sera, mi spiaceva buttarla.
– Chi? E non mi dici niente?
– Ma no, non voleva regalare una rosa a me, voleva dare un euro al tizio che le vendeva.
– Si chiama compravendita, funziona così di solito. Dai denaro in cambio di qualcosa.
– Ma no, scema, intendevo che voleva dare qualche spiccio a quel ragazzo, lui alla fine la rosa gliel’ha data lo stesso e non sapendo a chi darla… ero vicina a lui…
– Sì certo. Ci stava provando.
– Ma figurati, aveva 19 anni.
– Mbè?
– Che mbè?? 
– Guarda che il toy boy ha il suo fascino…
– Ma quale toy boy, ti assicuro che non era interessato. Voleva solo fare due chiacchiere, era da solo in Darsena, eravamo seduti vicini…
– Se lo dici tu… 
– Lo dico io.
– E le avete fatte poi queste chiacchiere?
– Sì. Un po’… non parlava benissimo italiano, io non sentivo una mazza che sono sorda, poi c’erano quelli con la musica alta…
– Perché? Di dov’era?
– Del Ghana.
– E come si chiama?
– Boh, non ho capito… gliel’ho fatto ripetere due volte, poi la terza sembrava brutto e ho fatto finta di capire…
– Ma…
– Eh, lo so. Però so che sta studiando italiano, che è qui da un anno, che va a scuola. “Voglio solo imparare l’italiano”, diceva. E so anche cosa vuole fare da grande.
– Cosa?
– L’elettricista.
– E non ti sei fatta lasciare il numero? Che un amico elettricista serve sempre.
– Eh no. 
– Cazzo, le basi però.
– Lo so, lo so.
– Vabbè, intanto hai una rosa.
– Sai cosa penso ogni volta che la guardo?
– La tristezza di un fiore reciso?
– No. Che i sogni forse non sono tutti uguali.
– Cioè? 
– Cioè che il mio amico senza nome…
– Un nome ce l’ha, sei tu che non l’hai capito.
– Giusto. Vabbè, lui insomma, ha un sogno. 
– Sì.
– Anch’io ne ho. 
– Buon per te.
– E certo, ma a me tutti dicono di crederci, di lottare, di non mollare, di coltivarli quei sogni… lui è un povero stronzo che sta rubando il lavoro a qualcuno.
– Ma tu lascia perdere quello che dice la gente, è spaventata.
– Da un ragazzino che ti regala una rosa?
– Pare.
– Mica lo so se quel sogno voglio realizzarlo dentro i confini, io. Magari un giorno vorrò andarmene.
– Dove?
– Non lo so, ma rivendico il sacrosanto diritto di ogni essere umano di cercare il proprio posto nel mondo.
– Amen.
– Ma sai qual è la triste verità?
– Quale?
– Che viviamo in un mondo in cui alcuni sogni valgono più di altri, ecco qual è.
– No, io non ci credo. Sai cosa penso invece?
– Cosa?
– Che forse molti hanno smesso di sognare. Che quella scintilla, quella che forse aveva quel ragazzo negli occhi l’altra sera…
– Eccome se ce l’aveva…
– Ecco, appunto. Loro quella l’hanno persa. E non sanno più esprimere desideri, e pensano sia perché qualcuno sta portando via le stelle cadenti, ma non è mica vero. Quelle sono lì, aspettano. Ma loro sono talmente impegnati a sbraitare contro chi a quei sogni rimane aggrappato, che si dimenticano di vivere i propri. 
– Sarà che la gente felice non ha tempo di odiare.
– È impegnata a vivere, mica per altro. 
– Ma pensa che bello se domani tutti gli stronzi che passano il tempo a insultare su Facebook si ricordassero di avere una passione. Una a caso, che ne so, il pattinaggio, l’uncinetto, il bricolage, che vogliono lavorare in proprio, fare un viaggio, regalare un fiore a qualcuno. Ma davvero, una cosa a caso che li faccia sentire vivi. Che faccia dire loro “oh, cascasse il mondo, io laggiù ci arrivo”. Ovunque sia quel laggiù.
– Eh.
– E invece… 
– Sarebbe bello però.
– …
– Ma nemmeno profuma ‘sta rosa. Se la lasci sul cruscotto poi…
– Lo so, ma serve a ricordarmi che c’è un ragazzo, di cui non ho capito il nome, che vuole imparare l’italiano e fare l’elettricista. E io faccio il tifo per lui.

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