– E questa?
– Oddio, dove l’hai trovata?
– In quella scatola.
– Avrà almeno una dozzina d’anni quella foto, forse di più.
– Ma che faccia avevi?
– Questa, che faccia avevo scusa?
– Non lo so, sembri strana.
– Ero giovane, non avevo una partita iva, niente bollette da pagare. Ero strana sì.
– Sarà quello.
– Che ricordi questa foto…
– …
– Per un periodo della mia vita sono stata una di quelle persone che punta a essere sempre al massimo, sai?
– Ovvero?
– Il 120 per cento. Sempre. L’obiettivo era essere sempre al top, felicissima e determinatissima e un sacco di altri issima che ti possono venire in mente. 
– Rincoglionitissima?
– Sì sì, scherza.
– Poi? Che è successo?
– Poi ho fatto un po’ di casino prima di tornare ad avere un certo equilibrio, e nella mia ricerca verso l’illuminazione sono passata da alcune scoperte. Una di queste è stata la scoperta del dolore. 
– Hai iniziato a giocare a tetris con delle lamette sulle braccia? 
– E smettila…
– Ah ma sei seria?
– Intendo quello emotivo, che fra l’altro spaventa come e forse più di quello fisico.
– Sì, sei seria.
– La gente se ti vede triste non fa che dirti “ma dai, non ci pensare”, “tirati su”, come se fosse una colpa mostrarsi deboli e vulnerabili. Invece sarebbe carino che qualcuno ci dicesse “goditi questa tristezza, vivila, c’è un motivo se è lì, non anestetizzarla”.
– Godersela? 
– Cose da matti vero? 
– Ecco, io rimetterei a posto la foto, eh? 
– Posso chiederti una cosa?
– Spara.
– Anche per te il dolore è fuori sync?
– Scusa?
– Per me quasi sempre. O meglio, nel momento in cui succede qualcosa arriva quello d’ufficio, il minimo sindacale insomma. Ma la botta vera, quella da lacrimoni e disperazione, arriva dopo. Magari quando non ci penso più, quando ormai mi ero convinta di averlo superato qualsiasi cosa fosse. Possono passare anche 10 anni, un giorno qualcosa fa clic e in un attimo eccolo lì che torna, un tumulto di emozioni, lacrime e una certa incredulità. Posso essere sulla metro piena di gente, in macchina bloccata in tangenziale, in pigiama appena sveglia o mentre mi lavo i denti. Non importa, è inevitabile. E quelle lacrime e quella tristezza sono lì da talmente tanto tempo che ricacciarle da dove sono venute richiederebbe uno sforzo troppo grande, quindi quello che puoi fare è concederti di accettarle e assecondarle. Lasciarti attraversare insomma.
– Ti succede spesso?
– Poche ma buone, diciamo.
– E che fai?
– Il primo istinto è dire “Ma che davvero?? Ancora?? Non l’avevo superata sta cosa qua?” Come se imparare una lezione volesse dire ricevere dei bollini per chissà quale raccolta punti e non pensarci più. Invece forse, più semplicemente, a ogni giro la impari a un livello più profondo.
– Beh dai, un po’ i coglioni ti girano, dì la verità.
– Ok, un po’. Ma alla fine, in qualche modo, lascio che tutta quella tristezza trovi un suo spazio, per poi magari diventare altro.
– Può farlo?
– Eccome. Se c’è una cosa che ho imparato è che quando sono a mille macino i chilometri, ma è attraverso il dolore che rinasco ogni volta e cambio pelle.

Photo by Saneej Kallingal on Unsplash

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