– Te lo ricordi com’è avere 14, 15, 16 anni?
– Più o meno…
– La percezione del tempo per esempio, non è strana? È tutto eterno, c’è tempo per qualsiasi cosa e, contemporaneamente, sembra che sia sempre l’ultima occasione, per quella festa, quel concerto, quell’invito. L’ipotesi di aspettare il treno successivo non è contemplata. Tutto o niente, ora o mai più.
– Già.
– E poi cantare  a squarciagola le tue canzoni preferite, la sensazione di riconoscerti in quelle parole, in quei suoni, che sta proprio parlando di te, a te, in tutta quella folla. Te lo ricordi?
– Anche in una canzone di Sfera e… e cosa?
– Ebbasta.
– Ah ecco.
– Che palle, non ti ci mettere anche tu. È così che si diventa vecchi, comunque. 
– Perché, ora vuoi dirmi che ti piace.
– No ma che c’entra? A parte il fatto che tu credi di avere i gusti musicali più raffinati del mondo ma i tuoi genitori pensavano facesse schifo quello che ascoltavi. Stessa cosa per i loro genitori, e ancora prima, e prima ancora fino alla notte dei tempi quando il primo ragazzino ha battuto a ritmo due bastoncini e i suoi hanno pensato “ma che è sta merda?”. 
– Ho capito, ho capito, non ti scaldare.
– Mi scaldo invece, perché qui la capacità di tacere ogni volta se ne va a farsi fottere in 3,2,1 zero.
– Tipo?
– Ma sì, come quella cosa che la colpa un po’ è anche dei genitori che hanno mandato dei ragazzini ad un concerto.
  Quella è un po’ fortina in effetti.
– Come se fosse facile avere un mutaforme pieno di ormoni in casa, che fino a qualche anno prima ti guardava con occhi pieni di amore, di speranza, di fiducia nel fatto che avresti pensato a tutto tu.
– Bello no?
– Sì. Ora ti guarda e pensa che sei un coglione. 
– Ecco.
– Un attimo prima eri il suo posto sicuro, ora sei la sua gabbia. E dalle gabbie uno cerca di scappare appena può. E tu lo o la guardi e non sai che fare, non sai che dire, e no che non ce lo vorresti mandare al concerto, e certo che preferiresti saperlo al calduccio nel suo letto, e che cazzo di nome è Sferaebbasta? Ma tutto attaccato si scrive? Ah no? Vabbè, non importa, è un nome stupido lo stesso. Ma magari ne hai schivati altri quattro di concerti nell’ultimo periodo e non si può dire sempre di no, e hai bisogno di una tregua pure tu ogni tanto, e ci vai in navetta, vero? E non prendi schifezze, vero? Quanto è vero Iddio che se torni ubriaco… no, così per dire. E alla fine stai in piedi finché non torna, e li aspetti sveglio, che tanto uno a dormire rinuncia quando diventa genitore forse, per un motivo o per l’altro. 
– Lo so.
– Invece tutti grandi esperti, grandi opinionisti, come se tacere certe volte non sarebbe già di per sé un’ottima idea. Che poi non c’è molto da dire, è la solita stessa, squallida storia.
– Cioè?
– Per una manciata di soldi, che saranno stati, qualche migliaia di euro? Eh, delle persone ci hanno lasciato la pelle. Succede nei cantieri quando non mettono la gente in sicurezza, e nei locali quando li stipano all’inverosimile.
– Che tristezza.
– Già. E io riesco solo a pensare a quelle sei persone ma, soprattutto, a chi è rimasto. 
– Ti capisco…
– Tu riusciresti a sopravvivere sapendo che la tua mamma è morta per accompagnarti ad un concerto di cui non le fregava una mazza, ma voleva vederti sorridere? E poi tutto questo gran parlare di “contro natura”, ma vuoi sapere cosa lo è davvero?
– Cosa?
– Seppellire tuo figlio o tua figlia. Sopravvivere all’impensabile. Neanche riesci a immaginarlo, e fai bene, chi riuscirebbe? Come li riempi quei buchi neri che ti si aprono tipo voragine, come?
– Non lo so.
– Come puoi pensare alle vacanze, alle luci di Natale, alla macchina nuova, alla promozione in ufficio, alle bollette, alla vita che va avanti?
– Forse è quello lo spirito di sopravvivenza. 
– Può essere. So solo che penso a chi resta, e davvero le parole mi si strozzano tutte lì, in gola. Come tutte le storie che una mamma avrebbe ancora voluto raccontare ai suoi quattro figli e invece non farà più. Come i ti amo, i mi dispiace, gli addii, i chiama quando arrivi, i mi manchi, i desideri, le parolacce e le bugie che cinque ragazzini che volevano solo andare al concerto di un tizio con il nome strano avevano ancora da dire e invece non più. Come le canzoni che a un certo punto non riesci più a cantare con quella leggerezza dei 14, 15, 16 anni. È tutto lì.

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