– Il prossimo che mi chiede cosa faccio a Capodanno lo uccido.
– Perché, cosa fai a Cap…
– …
– Ok, ok. Che carattere. Era solo una domanda…
– È che io odio Capodanno.
– Mavà? Non si era intuito.
– E invece sì.
– Come mai?
– Intanto questa cosa che bisogna fare per forza qualcosa, io mica l’ho mai capita.
– Beh scusa, è un passaggio importante.
– Ma allora tutti i passaggi sono importanti. Non è più o meno speciale dell’inizio di un nuovo mese, una nuova settimana o un nuovo girono.
– Madonna come la devi mettere sul filosofico ogni volta.
– Ma no, è che tutta la retorica dei festeggiamenti per forza, del rumore, le feste, i botti… dio quanto odio i botti, poi. Andrebbero aboliti. I buoni propositi. Ma quali buoni propositi?
– Vabbè, uno ci prova…
– Ma a fare che? Sempre le stesse cose, la palestra, le diete, le lingue, viaggiare di più. Ma quando mai? E perché uno l’anno prima non c’è riuscito? Memoria corta?
– Che c’entra uno cerca di migliorarsi. Disfattista.
– I bilanci poi. Tutti a fare bilanci. 
– Che c’è di male scusa?
– Non lo so, ma se scopri che hai mancato tutti gli obiettivi che ti eri prefissato?
– Rimetti insieme i pezzi. Li raccogli uno per uno e ti rendi conto che, tutto sommato, sei ancora in piedi.  Che già sono cose.
– Se lo dici tu…
– Certo. E poi qualche obiettivo l’avrai centrato nella vita. È che non ti va mai bene niente, questa è la verità.
– Sarà, ma a me sembra che la gente con tutta quest’ansia da festeggiamento voglia esorcizzare.
– Cosa?
– La fine. Chiudere dei cerchi e aprirne degli altri. Morire per poter rinascere. Ogni fine è un po’ una morte, e dio non voglia che se ne parli, per carità. Tutti a pensare al nuovo, alle novità, a quello che arriva, alle aspettative, ma saper finire la fine è roba per pochi.
– Scusa? Saper che?
– Eh. Finire la fine. Mica tutti riusciamo ad arrivare alla fine. Anche nelle relazioni, nei progetti, nelle situazioni, non solo il 31 dicembre. Sarebbe bello se ognuno si fermasse un attimo a pensare come si rapporta alla fine. Se riesci a stare in quelle sensazioni, quella tristezza, quella malinconia, quel dolore. Oppure se te ne vai prima, perché non sai come gestirla tutta quella roba. O ancora se invece ti crogioli in tutto quel marasma, fai fatica ad andartene e prima che esca la scritta The End passa tanto di quel tempo che alla fine chiudi più per esasperazione che altro. Saper riconoscere la fine è un’arte.
– Mica un 3,2,1…
– Eh.
– E tu? Ci riesci?
– Direi di no. Una volta a metà novembre passavo già all’agenda dell’anno successivo, ora mi viene l’ansia che non so cosa scriverci, e prima di metà gennaio non la apro.
– Eh però non ti va mai bene niente.
– Che vuoi, sono testimonial d’eccezione di precarietà ed equilibrismo, va bene? 
– Senti, forse è per questo che odi il Capodanno, ma un certo punto devi scegliere se farti prendere dall’ansia per le pagine bianche, gli imprevisti e i chissà, o se assaporare il momento in cui stai per scartare il regalo, ma ancora non sai cosa c’è dentro. Quell’emozione lì, quella da bambini la notte di Natale. Ed è una scelta, come spesso succede nella vita. Lo decidi, e basta.
– La fai facile tu.
– È questione di praticità, più che altro. Perché anche immaginarti come sarà, l’anno che arriva, è inutile. I momenti più belli e quelli più dolorosi che hai vissuto, le scoperte fatte e gli schiaffi presi quest’anno non erano nemmeno lontanamente contemplati 365 giorni fa.
– Lo so, lo so.
– Hai presente quella storia di non fissarsi sulla strada ma osservare il panorama?
– Più o meno.
– Forse l’unica cosa da fare è un profondo respiro. E ricominciare.

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